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Nel ricettario attribuito al mitico Apicio, gastronomo, cuoco e scrittore vissuto tra I secolo a.C. e I secolo d.C. e nostra principale fonte sulla cucina romana, c’era una ricetta per cucinare i ghiri: sappiamo così che li si farciva con tanto pepe e qualche noce, operazione evidentemente delicata, se non problematica, da compiere.
Nel Medioevo la coda di castoro, per lo più classificata come carne di pesce, e per questo molto ricercata da certe comunità monastiche per i giorni di magro, era considerata una vera raffinatezza: la si cucinava in modo da far evaporare gli umori dannosi alla digestione, arrostendola e poi bollendola, quindi se ne facevano spezzatini con zafferano o zenzero, oppure si poneva in salamoia. È certo che la coda e anche le zampe anteriori del castoro venissero consumate come leccornie, e avessero un sapore molto dolce, che si rafforzava preparandole spesso con l’aggiunta di miele: da queste abitudini derivò il proverbio medievale secondo il quale “dolce è il pesce, che pesce non è”…
Gli uccelli esotici come i pappagalli e i fenicotteri si presentavano in tavola accompagnati da salse forti, a base di spezie piccanti o pungenti come pepe, zenzero, cardamomo, o di vino, bacche di ginepro e pane abbrustolito.
Nel ricettario quattrocentesco del celebre Maestro Martino è menzionata una ricetta per mangiare il pescecane, riportata anche in questo Blog: tuttavia l’autore stesso, pur consigliando di lessarlo e di intingerlo nell’agliata e nella mostarda forte prima di friggerlo, avvisa che per quanto lo si possa “conciare” bene, tale pesce “de sua natura è tristo, e non serà mai bono”.
Anche l’istrice veniva mangiato, soprattutto in campagna e nel periodo in cui l’animaletto si cibava di ghiande e frutta: la sua carne era considerata delicata, ma saporita come quella del maiale, e, dopo la laboriosa (e dolorosa) operazione dell’estrazione di tutti gli aculei, veniva preparata con una lunga lessatura e quindi con un’arrostitura leggera, assieme ad aglio, finocchio, lardo, sale e vino…