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Dal fitto carteggio che tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento tennero Floriano Dolfo, canonista bolognese, e il marchese di Mantova Francesco II Gonzaga, talvolta emergono interessanti particolari gastronomici. Secondo la pratica in uso presso le signorie rinascimentali, il Dolfo rivestiva il ruolo di consigliere-informatore del marchese di Mantova, scrivendogli da Bologna notizie di ogni tipo su quanto avveniva in quella città, dal resoconto dei fatti politici alla descrizione delle feste e dei tornei, congratulandosi per i suoi successi di condottiero, consolandolo nelle occasioni meno fortunate. Per questo il Dolfo ebbe anche l’onore di fregiarsi delle armi gonzaghesche. Si sa che i signori del tempo gradivano, assieme alla corrispondenza, l’invio di prodotti alimentari freschi o conservati dai loro “clienti”, soprattutto se di piccole dimensioni e di natura non facilmente deperibile: frutta, confetti, biscotti, verdure, pesce sotto sale o in carpione. Per quanto oggi ci possa sembrare strano, l’amore dell’epoca per l’abbinamento di sapore contrastanti faceva presentare spesso le olive a tavola alla fine del pasto, assieme ad alimenti dolci come biscotti o marzapani, o di gusto neutro come mandorle, confetti, ostriche e castagne arrostite.

In questa lettera da Bologna del dicembre 1499, il Dolfo invia al Marchese olive “salse”(sotto sale, ma non troppo forti, secondo, come scrive, il gusto del Gonzaga), insaporite con parecchi finocchi: il consigliere esprime la speranza di essere a sua volta omaggiato dei gambi dei finocchi, per poterne preparare, assieme a un’altra medicina, un farmaco “utile alla vista“, come insegnavano i medici dell’epoca…

“Illustrissimo et Excellentissimo Signore di Signori, in recordatione et testimonio de la mia inmutabile professione, mando a la Sublissima Signoria Vostra tri barileti de le nostre olive salse [salate], non mordente di sale, secondo el gusto vostro. Per le quale, havendo mescolato ra dicte olive molti fenochi, spero recevere cento per uno de gambe de finochi da Vostra Celsitudine, mediante li quali poterò megliorare de la vista, che, per lo spicichare del finochio et una altra medicina che in vostra corte si frequenta, suole diventare acuta et bona, secondo la doctrina de’ medici… Firmato Cliens Florianus Dulphus de Gonzaga, Bologna, XXII Decembris 1499”

 

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