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Il duca e la duchessa a Milano nel Quattrocento avevano corti, mense e spesso anche comitive di viaggio separate, e ogni corte aveva i suoi ufficiali. In questo modo, le ordinazioni di cibo erano molto libere e varie, e ci hanno tramandato in parte i gusti dei singoli personaggi sforzeschi.

I rifornimenti venivano scelti e contrattati solennemente da agenti ducali e davano luogo a precise ordinazioni, puntualmente registrate dalla Cancelleria ducale. La maggior parte del cibo consumato a corte rientrava nelle categorie delle carni e del pane, con l’importante contributo di frutta, frutta secca, dolci.

Rispetto alla loro generale propensione al lusso e all’ostentazione, Galeazzo Maria Sforza e Ludovico il Moro furono piuttosto moderati a tavola. Il primo prediligeva il pollame, la selvaggina e i funghi, mentre sua moglie, la duchessa Bona di Savoia, i “legoratini novelli”, cioè i leprotti, ma anche i conigli, le pernici, le trote pescate nelle  acque del Ticino e le noci.

Gian Galeazzo Maria Sforza manifestò una smodata propensione per il vino e per la frutta, in particolare le pere e le pesche, che non giovavano al suo intestino debole: da bambino aveva avuto una violenta gastroenterite, dalla quale non era mai guarito completamente.

Ludovico il Moro era ghiotto di salumi, di mele e soprattutto di pesce, che richiedeva da Genova e dalla sua “riviera”, con una predilezione per le “sardelle fresche”. Ci sono giunte missive, tra cui una da Milano in data 31 gennaio 1495 (Archivio di Stato di Milano, 1483, c.190), in cui ne richiede ai “praesides” del capoluogo ligure: “Piacendone molto l’usare de le sardelle fresche, ve confortamo et dasemo special carico de fare che ne habiamo omne modo omne sabato de fresche o cocte o crude, che ne fareti cosa gratissima”.  

Ai tempi di Francesco Sforza, invece, era stato il consumo di carne a essere enorme alla corte di Milano, ammontando a 64 libbre giornaliere di vitello, 8 di lardo, 18 paia di pollame assortito; si consumavano poi 5 libbre di dolci, soprattutto spezie e frutta secca candite e confettate, e notevoli quantità di pane. Il suo fidatissimo Primo Segretario, Cicco Simonetta, era ghiotto di “capponi grassi”, che faceva preparare in grande quantità, sotto forma di superbi lessi, brodi e gelatine.

Anche Bianca Maria Visconti Sforza, moglie di Francesco, era stata una buona forchetta, amante della selvaggina minuta, dei pavoni, delle ciliegie e delle pesche, nonché del pesce in carpione, che si faceva inviare di frequente e in grande quantità dal lago di Garda, tramite i Gonzaga.

La bevanda d’elezione a corte era il vino: Galeazzo Maria Sforza se ne riforniva principalmente dalla Marca anconitana, facendo giungere a Milano 25 o 50 carri per volta, il Moro prediligeva vini liguri e greci.

Notizie curiose e informazioni storiche sul periodo sforzesco e sui suoi personaggi sul sito I cento giorni del Duca.

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