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L’attuale versione del pandoro risale all’Ottocento e richiama il “Nadalin”, il trecentesco dolce tipico della città di Verona. Probabilmente il “Nadalin” fu ispirato dalla consuetudine, diffusa dal Trecento, di indorare, cioè di ricoprire con sottili foglie d’oro zecchino le vivande dei banchetti ufficiali: l’usanza, volta a ostentare lusso, era comune presso le signorie italiane, in particolare in quelle dell’area padana, ossia Visconti, Estensi, Scaligeri, e a Venezia. Si sa che a un banchetto tanto sontuoso da restare negli annali della storia, indetto il 13 febbraio 1368 dal marchese Nicolò II d’Este, imparentato con i Della Scala di Verona per averne sposato Verde, e al quale era ospite d’onore il fratello del Papa Urbano V, ogni pietanza venne coperta d’oro; per ogni commensale ci fu un vassoio d’oro con dentro un “pane d’oro” (“la ciupeta di re Mida”) e ogni ospite si lavò le mani in un bacile d’oro; gli arrosti, le verdure, le cialde, le torte, tutte le vivande comparvero laccate con foglie d’oro zecchino (la grandiosa accoglienza fruttò al marchese di Ferrara l’alleanza con la Chiesa).

Non a caso, la nascita del “Nadalin” si deve ai Della Scala, che, ricevuta l’investitura della signoria su Verona, nel 1303 vollero festeggiare il primo Natale al governo della città con un nuovo dolce, che potesse anche costituire un dono natalizio sulla falsariga di quanto avveniva per esempio a Venezia, dove il “pan de oro”, dolce indorato di forma conica, veniva servito ai banchetti e regalato tra gli aristocratici. Poco lievitato e quindi basso, quasi sempre a forma di una stella a otto punte che ricordava la Natività, oppure a cupola, e allora simile a un panettone molto basso, il “Nadalin” veronese si rifaceva ai pani natalizi del tempo ed era di color oro: aveva pochi ingredienti, prevedendo l’impiego di farina bianca, burro, uova, zucchero, pinoli, ma la sua preparazione era laboriosa, richiedendo tre-quattro giorni.

Del moderno pandoro c’è una data ufficiale di nascita, il 14 ottobre 1884, giorno in cui Domenico Melegatti depositò all’ufficio brevetti la ricetta di un dolce dall’impasto morbido e dal caratteristico stampo di cottura a forma di stella troncoconica a otto punte, ideato dal pittore veronese Angelo Dall’Oca Bianca.

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