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“[Nel gennaio 1487 il Signor Giovanni Bentivoglio] mandò ad invitare tutti li signori, cardinali et altri nobili alla sua festa […] Mentre questo si faceva, furono fatti innumerabili doni et presenti al signor Giovanni da tutti li gentilhuomini, cittadini, artefici et arti, cioè dalle castella, ville et comuni del contà di Bologna]. Et prima vino corbe 396, orzo corbe 137, spelta corbe 3343, cera in pani libre 257, capponi para 1621, pernici para 317, fagiani para 218, […] salsiccia grossa copie 378, candele di cera bianca libbre 800, scatole di confetti 161, conigli 44, lepori 29, […] bicchieri 1000, bronzi 300, porci grossi 600, […] paglia carra 800, pomi ranzi 700, […] pesce some 57, forme di formaggio libbre 5000, danari in contanti ducati 900, sale et salina corbe 5, marzapani 83, aceto forte corbe 16, frutti di più sorte some 40, zuccaro fino pani 78, tortore, quaglie, piccion para 1000, caprioli para 13, porci cignali numero 18, olio di oliva libbre 1555, candele di sego libbre 145, anatre, agnelli, capretti capi 200,  ove 2525, porchette numero 18, vitelli 380, argenti in più opere libbre 300, […] malvasia corbe 70, pavoni capi 50.

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[…]

Et gionta l’hora della cena, [la sposa] entrò nella sala grande, che tanto magnificamente era addobbata, che niente meglio veder si poteva. Da una parte di essa vi era una credenza longa quanto larga era la detta sala, tutta coperta di vasi d’oro et di argento et da ogni lato di detta credenza eravi un gigante del naturale con una mazza in mano con il motto che diceva: “Guarda chi può questo tesoro” […] Fu cominciato il convito a hore 20 e durò fino alle hore 3 di notte. Hora data l’acqua artificiata alle mani et con sottilissimi drappi assignati posti a tavola, che erano 14 tavole, si cominciarono a portare le vivande. Vero è che prima che fossero presentati avanti, erano portate con grandissimo onore intorno la piazza del palazzo per istendere con ordine li servi et anche per farne mostra al popolo, acciocché egli vedesse tanta magnificenza.  

Furono in mensa prima presentati li pignocati indorati, cialdoni et malvasia dolce et garba et moscatelli in vasi d’argento. Poi piccioni arrosti, fegatelli, tordi, pernici, con olive confette et uva in 125 piatti d’argento ponendo fra due et due un sol vaso, et siccome di queste cose anche degl’altri cibi. Presentorno poi un cesta dorata con il pane distribuendolo a ciascuno delle mese. Fu poi portato un castello di zuccaro con li merli e torri molto artificiosamente composto pieno di uccelli vivi; il quale come fu posto nel mezzo della sala, uscirono fuore volando tutti gl’uccelli con gran piacere et diletto de’ convitati. Venne poi nella sala un capriolo et uno struzzo, dietro all quali vennero li pasteletti coperti, teste di vitello con il collo in piatti d’argento dorati, capponi alessi, petti et lonze di vitelli, capretti, salsiccioni, piccioni, minestra et sapori, pure ne’ vasi d’argento dorati. Poi appresentarono pavoni vestiti con le loro penne a guisa che facessero la ruota, et a ciascuno de’ signori ne fu presentato uno, havendo uno scudo al collo con l’arme sua. Poi mortadelle, lepri, vestiti con la lor pelle, che stavano in piedi come vivi, con caprioli parimente con la lor pelle. Erano cotti in guazetto questi animali e tutti gl’animali et uccelli che furono portati in tavola cotti, erano tanto artificiosamente fatti et addobbati con le loro penne et pelli che si mostravano vivi.  Dietro a questo vennero le tortore, fagiani, che dal becco loro ne uscivano fiamme di fuoco, accompagnati con pomi di Adamo et di naranze et sapori.

Vennero poi le torte di zuccaro con amandole, giuncate insieme con biscotti; addussero poi teste di capretti, tortore, pernici arrosto et poi un castello pieno di conigli, il quale, posato nella sala, uscirono fuore correndo chi qua chi là con risa e piacere de’ convitati. Seguitarono poi dietro il castello pasteletti di conigli per cotal modo composti, che non parevano differenti puntino da quelli che dal detto castello erano usciti; poi portorono capponi pure vestiti. Poscia fu portato un artificioso castello ove era un grosso porco, et posto nel mezzo della sala, non potendo uscir fuori del castello, gridando drizzavasi in piedi, guardando per li merli hora uno et hora l’altro ruggendo, et così affaticandosi et gridando per fuggirsi, apparvero li scalchi con li servi con porchette cotte intiere dorate che in bocca tenevano un pomo, poi vennero arrosti di più sorti, anatre salvatiche et simili. Alla fine presentarono capi di latte et gelatine, pere, paste guaste, zuccherini, marzapani et altre simili gentilezze. Et data l’acqua odorifera alle mani in vasi d’oro et d’argento, furono presentate confettioni di varie sorti con preciosissimi vini…”

Cherubino Ghirardacci, “Historia di Bologna, “Rerum Italicarum Scriptores”, Città di Castello, Lapi, 1932, XXXIII, I, pp.235-241

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