Tag

, , ,

Pochi sanno che il termine “buffet”, sia come presentazione di vivande, sia come mobile usato per esporre cibi e vasellame, deriva da un personaggio realmente esistito e vissuto ai primi del Cinquecento, Pierre Buffet, cuoco di Francesco I, Re di Francia.

FRANCESCO IDurante la campagna d’Italia, il cuoco seguì nella penisola il suo sovrano, portandovi un mobile particolare di sua invenzione, una specie di grande cassa idonea a trasportare stoviglie preziose e pietanze che, una volta scoperchiata, diventava una vera e propria credenza: su di essa veniva esposto tutto ciò che serviva al pasto del Re di Francia.

CUCINA BANCHETTO TAVOLA IMBANDITA GENNAIO BREVIARIO GRIMANI 1510 2Ben presto il cassone di Buffet divenne  di moda e “buffet” vennero chiamate in Italia anche le già esistenti “credenze”, mobili massicci, intarsiati, spesso dotati di ripiani in marmo, singoli o multipli. La voce dialettale italiana buffetta, che sta ad indicare proprio la credenza di cucina o della sala da pranzo, è quindi un francesismo.

Quanto al cuoco Pierre Buffet, è interessante sapere che si fermò in Italia, passando al servizio del datario apostolico Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, e specializzandosi proprio nella preparazione di banchetti e rinfreschi. Il poeta Francesco Berni, segretario del vescovo Giberti, strinse amicizia con Pierre Buffet e gli dedicò varie poesie, assegnandogli il ruolo di interlocutore in ben tre importanti capitoli delle sue Rime, quelli in lode della peste e in lode d’Aristotele, nonché nelle stanze autobiografiche del rifacimento. In realtà il tema della cucina apparteneva ad una tradizione burlesca ormai consolidata: il “linguaggio del cibo” era impiegato dagli autori  giocosi del Quattrocento e del Cinquecento per la sua capacità evocativa e il potere di abbassare o ridimensionare il tono degli argomenti ( i cardi,  le anguille,  le pesche, la gelatina del Berni; il cuoco Margutte del Pulci;  riferimenti alimentari nel Burchiello, nell’Aretino, nel Mauro, ne Bini).

FRANCESCO BERNI E GIAN MATTEO GIBERTICapitolo in laude d’Aristotele

 Non so, maestro Pier, quel che ti pare

di questa nuova mia maninconia,

che io ho tolto Aristotele a lodare.

Che parentado o che genologia

questo ragionamento abbia con quello,

ch’io feci l’altro dì, della moria,

sappi, maestro Pier, che quest’è ‘l bello:

non si vuol mai pensar quel che si faccia,

ma governarsi a volte di cervello.

Io non trovo persona che mi piaccia,

né che più mi contenti che costui:

mi paion tutti gli altri una cosaccia,

che furno inanzi, seco e dopo lui,

e quel vantaggio sia fra loro appunto

ch’è fra il panno scarlatto e i panni bui,

quel ch’è fra la quaresima e fra l’unto,

ché sai quanto ti pesa, duole e incresce

quel tempo fastidioso, quando è giunto,

ch’ogni dì ti bisogna frigger pesce,

cuocer minestre e bollire spinaci,

stringer melanze sin che ‘l succo n’esce.

 (Francesco Berni, Rime, LIV)

Per notizie sul periodo e su alcuni personaggi sito de La tigre e l’ermellino.

Annunci